Blindspot/Telefilm

Recensione | Blindspot 1×10 “Evil Handmade Instrument”

Il compito che mi spetta questa settimana con Blindspot è arduo: la decima puntata, andata in onda questo lunedì, è stato il finale di mid season. Vuol dire che adesso la trasmissione ne verrà interrotta. Per mesi. Perché il Ringraziamento, perché il Natale, perché Capodanno, perché in pratica gli Americani sono troppo impegnati a mangiare tacchino e cioccolata per pensare alla nostra salute mentale. Perché loro sono crudeli e io ho tante cose da dire in possibilmente pochi caratteri altrimenti passate tutti dal leggere le parole al guardare le simpatiche gif a lato.

Lo scorso episodio, che ho purtroppo mancato di commentare, terminava con la morte di David, quella simpatica figura palesemente disoccupata che si aggirava per le vie della Grande Mela per decifrare messaggi misteriosi al posto dell’FBI, anche dopo essere stato piantato dalla sua dolce metà, ovvero Patterson, la donna senza nome – anche nel momento del lutto. Ok ok, scusate: rispetto per i morti eccetera. Ma possiamo dire che se l’è cercato? Qualcuno può sostenere il contrario? Ecco. Nel senso, sei carino e coccoloso quanto vuoi ma, ecco, forse è meglio avere pistola e kevlar per dedicarsi a certe attività.

Sorvolando il resto della puntata, per la quale avevano creato parecchio hype tramite il promo che vedeva i Jeller in versione Mr & Mrs Smith, con la fede al dito e il ballo in pista senza lasciare spazio allo Spirito Santo – cogliete la citazione con ironia – è la morte di David a essere l’evento saliente dell’episodio, che fa da contrappunto alla morte di Guerrero, voluta da Carter, il direttore della CIA. Morale: ciò che vedete nei promo è assolutamente poco rilevante, perché poi è un attimo che tagliano la giugulare a un tizio.

Arriviamo così – sono a 365 caratteri, per la cronaca – al finale, dal titolo Evil Handmade Instrument che, anagrammato (tutti i titoli delle puntate andrebbero letti anagrammati per aver senso), risulta And Unveil the Mastermind, “svelare la mente che ha architettato ogni cosa”, in sostanza. Tante cose belle, qualche cosa un po’ così.

Patterson – che sono sul punto di rinominare con un nome arbitrario! – affronta il dolore della perdita e il senso di colpa per aver lasciato David da solo nella sua impresa. Possiamo capirla e ci aspettiamo che, sebbene nella realtà le cose andrebbero diversamente, nel telefilm la lasciano lavorare. Al caso di David. Va bene, diamo per buona la motivazione della rivalsa contro il suo sicario.
Da qui la puntata diventa un intricatissimo caso di spionaggio russo – addirittura, sovietico – a danno degli Stati Uniti. Lo stereotipo c’è tutto, ma ormai abbiamo capito l’antifona del telefilm. Queste spie venivano assoldate per integrarsi perfettamente nella comunità statunitense, sposando americani di successo e mimetizzandosi per anni in questa copertura. Dieci anni di silenzio, per poi colpire a comando. David è rimasto coinvolto in tutto ciò, senza neanche saperlo.

Breve ma intenso il momento in cui una delle tre spie, sotto interrogatorio, confessa di aver accettato il lavoro perché all’epoca era orfana, povera e deprivata e non aveva altra scelta. Automatico il collegamento, guidato dal flashback, con Jane, che a quanto pare è stata cresciuta come tanti bambini a pane e pistole.

PERÒ.

Mi è sembrato un tantino troppo facile far crollare questa spia. Va bene, ci fanno capire che in fondo non era motivata a collaborare col suo Paese, ma tutto ciò non ha senso. Le spie vengono addestrate a non rivelare nulla neanche sotto le peggiori torture, vengono addestrate a credere nella causa del loro Paese, anche se ciò comporta ferire innocenti. Vengono addestrate a tutto, a non cedere, mai. Poi un paio di occhioni azzurri e un’impronta farlocca bastano a far partire la confessione? Cioè.

Un tantino banale anche il discorso che Patterson fa a Jane quando si sfoga di tutto il suo dolore, per non aver fatto abbastanza per salvarlo, perché è colpa sua se è morto, perché lo amava ma non riusciva a trovare un modo e così via. È stato bello quando Patterson le ha chiesto se lei si sente così inappagata nel risolvere i casi che partono dai suoi tatuaggi ma che non la aiutano nulla più di prima. Quella è stata una riflessione importante: perché Jane si sente così tutto il tempo. Ma there, there, donna senza nome: ce la farai.

Nell’ultima manciata di minuti si concentra il cliff-hanger cosmico del finale: ispirata dal rimorso di Patterson, Jane si fa coraggio e bacia Kurt. Era un momento che ci aspettavamo, quindi ne siamo anche contenti, ed era naturale che lo piazzassero al minuto 34 del finale: si sa anche che dopo il bacio tanto aspettato, gli ascolti solitamente calano. Ma dal momento che non ci sarà una prossima normale puntata, bensì tre mesi di assenza, anche lo spettatore occasionale avrà il tempo di farsi tornare l’interesse.

PERÒ.

Dal momento che questo telefilm segue abbastanza il manuale tipico del telefilm americano tipico – lo dico con affetto, ma è vero – c’era da aspettarsi il peggio dopo un momento così bello. E infatti.

Jane rapita, Jane torturata, Carter sei un manigoldo ti odiamo tutti, boom boom, Carter muore, che bello Carter è morto, uomo tatuato compare, messaggio per Jane: this was all your idea. You did it to yourself.

Sono queste le parole con cui si conclude la puntata. La faccia spaventata di Jane e una mini sequenza in rewind delle prime scene. Jane nel borsone, nero. Tre mesi ci attendono.

Ora, so che dovrei avanzare ipotesi ma io proprio non lo so. Perché vediamo che lei ridà l’anello a Oscar, che evidentemente amava, per imbarcarsi in questa assurda missione, se poi è proprio Oscar ad aiutarla? Anche lui è un Seal? Perché la morte di Carter è un buon segno per la missione? Sembra chiaro che i tatuaggi sono fatti per aiutare la morte di molti innocenti, quindi devo presumere che sia una sorta di ribellione? O è qualcosa che va contro la CIA e che quindi parte da piani ancora più alti e segreti del governo? Sì certo, sono brava a farmi domande. Ma oh, anch’io aspetterò tre mesi come voi e magari qualche altra idea mi verrà. Fino ad allora, rimango a macerare nell’aceto che tanto è inverno ed è tempo di conserve.

Nota finale: ma Patata Zapata che si dimette proprio ora che Carter è morto? Ma quanto è sfigata? AH-AH, buuu.

Vi lascio al promo della prossima puntata, di cui ancora non conosciamo il titolo ma che andrà in onda, ahimè, il 29 febbraio 2016. Cioè dopo panettone e spumante, capite? Ah, buone feste!

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