Sapevatelo/Telefilm

Sapevatelo | Jekyll&Hyde vs Frankenstein Chronicles. Il “dark” letterario seriale d’oltremanica che ci piace.

Cari palati raffinati, amanti degustatori delle perle british più o meno di nicchia, quest’oggi siamo qui per parlare di due recenti uscite in casa ITV. L’una, Jekyll & Hyde, decisamente più sponsorizzata, mentre l’altra, The Frankenstein Chronicles, passata poco più in sordina, ma non per questo meno appetitosa.

Sappiamo bene che, non sono estranee né mamma BBC, ne zia ITV, al ripescaggio in salsa costumesca di classici letterari o adattamenti a mò di miniserie. C’è tuttavia da dire che, ultimamente, ITV sta forse affinando il tiro, mentre mamma BBC, al di la delle grandi e attesissime produzioni (una su tutte War & Peace), sta forse marcando maggiormente il territorio delle ambientazioni contemporanee tra suspence, thriller e detective stories (ma è un’impressione eh).

Ad ogni modo, il drama in costume, si sa’ è sempre una cosa che fa gola a molti, e nonostante tutto, l’offerta riesce a diversificarsi abilmente, anche se si è sulla stessa rete.

Per quel che riguarda Jekyll & Hyde, in onda la domenica su ITV in orario pre-serale, potremmo dire di trovarci di fronte ad un classico rispolverato per l’occasione, con accenni grafici al Grande Gatsby, la pretenziosità leggera di un Merlin delle belle annate e anche qualcosa del Grimm americano della NBC.

C’è sì infatti il grande mistero della trasformazione e del doppio, del mostro dentro un uomo solo (il compianto Giuliano de Medici di Da vinci’s Demons, Tom Bateman), ma c’è anche l’intelligence inglese a caccia di esseri abominevoli, che sembrano non esser poi così lontani e soprattutto sono molto minacciosi. Si passa quindi, in episodi da un’ora circa, a scoprire tutto un sottobosco di figure più o meno coinvolte negli esperimenti dell’Hyde originario e non solo, che a questo punto, lasciano la storia della carta stampata, per trasformare il tutto quasi in un drama soprannaturale adatto ai più.

Il ritmo è discreto, non troppo incalzante, forse un allegretto andante anche perché penso tenga conto di un pubblico eventualmente di bambini o presunti tali, e non è altamente scorretto o pieno di improperi e tette come potrebbe essere un prodotto HBO.

A volte, a dir la verità, fa anche un po’ sorridere per come le vicende si trasportano on screen, sia per il volersi prendere troppo sul serio ed enfatizzare la performance del nostro protagonista (troppa raucedine a sproposito tipo Bale nel Cavaliere Oscuro), sia le scene di scazzottate in slow motion che ricordano un po’ il Batman degli anni 60. Kapow.
Inutile dirvi che, nonostante tutto, ad ogni puntata, farete a gara per riconoscere gli attori presenti, esuli di giochi di troni e habitué di period drama in tutte le salse (Enzo Cilenti su tutti).

Però ci piace. Ci diverte. E’ un buon tappabuchi per l’addicted medio utente di prodotti made in UK.

Veniamo ora a The Frankenstein Chronicles.

Lasciate che vi dica una cosa prima di spendere due parole al riguardo.
Io AMO Sean Bean. In ogni sua performance possibile e immaginabile.
Per me è Un attore coi controattributi anche se spesso intrappolato nel cliché di ruoli dei quali si è fatto ad ogni modo padrone.
Lui è così. Sa’ di essere lo spoiler vivente e ci sguazza, ci ha costruito una carriera sulle sue espressioni contrite, le consuetudini e le sfighe dietro spada o moschetto, quei bastards disseminati ovunque, e quei ruoli iconici che ormai lo consegnano alla stima di fan e non.

Direte… “allora la tua recensione è di parte!”.

No. .

Sono partita sfiduciata vedendo il trailer. Anzi, storcevo la bocca come i migliori nerd davanti l’adattamento del loro libro preferito. Anche perché, se si parla di letteratura inglese, si tende ad essere piuttosto conservator-nazi.
Anche per Jekyll & Hyde, mi dicevo “vediamo come rovinano un classico” ma alla fine si può essere soddisfatti del prodotto, godibile da tutti. Rinnovare è la chiave del resto…ma non sempre.

Frankenstein Chronicles mi impauriva e mi impaurisce tuttora. Temevo la cagata colossale.

E invece…

Si parte dalle strade fangose della realtà inglese del 1827 che ricorda moltissimo Ripper Street. Il periodo è quello.
La città sporca e povera, quasi Dickensiana, dove i bambini, scaltri e sudici ladruncoli si rincorrono per le strade e si pensa a nascondere i problemi sotto una spessa cortina più che affrontarli. Del resto, sono troppi. I problemi e anche i bambini.
Metteteci il ritrovamento di un cadavere di una ragazzina, che è in realtà un puzzle di sette cadaveri di altrettanti bambini, e metteteci l’Anatomy Act, col quale si vietava ai cosiddetti smugglers di vendere corpi a chiunque si professasse medico fuori dalla vera professione, evitando di fornire così macellai o studiosi dell’ultima ora.

Ho già detto cadaveri?

Metteteci un poliziotto della fluviale tormentato (Sean Bean), che nonostante i demoni personali ed una malattia che lo affligge, si ritrova a dover risolvere questo caso fuori dal comune e più impegnativo del previsto.
Potrebbe sapere di già sentito, ed in effetti non stupisce la dinamica fino a qui, eppure per come è trattata sullo schermo è accattivante, perché tocca quelle corde giuste per gli appassionati spettatori, e l’atmosfera cupa non è portata all’estremo ma mantiene sempre un sottile lirismo.

Poi di colpo tutto si porta al livello successivo. E’ come l’acqua per la pasta quando va a bollire. Non è più solo la condensa sotto il coperchio, ma fischia proprio ed il vapore spinge e si fa insistente. Sta a te sollevare il coperchio.
E se c’è William Blake, eterno punto di riferimento ed ispirazione nel suo visionario genio poetico, e forse…forse arriverà anche Mary Shelley, dite che siamo ancora in tempo per gridare alla cagata?
Io penso di no. Spero di non sbagliarmi.

Banalità per banalità, FC sembra costruita davvero bene e merita uno sguardo. Ha le potenzialità per accalappiarvi e farvi desiderare che non siano solo sei episodi. Ha quel maledettissimo stile tutto british di lasciarvi appesi all’ultimo, racchiudendo negli ultimi dieci minuti quello che magari spettavate da 40.

Siamo così. Ci piace soffrire.

Nota trivia:

Gli appassionati telefilmofili di lungo corso forse sapranno che Sean Bean è diventato iconico a suo tempo interpretando Richard Sharpe, soldato inglese protagonista di mille avventure nelle vicende tratte dai libri di Bernard Cornwell.

Tali appassionati sapranno anche che Sean, in ogni film o produzione, mette sempre dei riferimenti proprio a Sharpe. Lo ha fatto nel Signore degli Anelli e lo ha fatto anche stavolta.

Nel baule che porta con se’ infatti, in una delle prime scene, c’è un uniforme, pistola e spada del tutto simili a quelle usate da Sharpe. Inoltre, qualche scena dopo, fa riferimento al reparto di fucilieri del quale faceva parte lo stesso personaggio.

Coincidenze? Io non credo.

Ossessioni? Quello di sicuro. E una lacrimuccia per i nostalgici.

Insomma, sotto il sole…ehm…sotto il grigiore piovoso di madreInghilterra la fucina della creatività televisiva è sempre in moto. A me non resta che lasciare a voi la parola, per sapere se raggiungerete la nostra scaltra combriccola tra i meandri di questi oscuri e misteriosi drama tutti da gustare.

-Notforyourears

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