Movienight

Movienight | #7

Il Movienight di questo mese comprende una miscellanea di film che a tutta prima possono sembrare scollegati fra loro ma che, a guardar bene, sono tutti collegati da un grande tema: la discriminazione.
Tante lune sono passate dal Grande Dittatore a Fruitvale Station, eppure l’essere umano è rimasto fondamentalmente lo stesso: una specie intelligente capace di creare e distruggere allo stesso modo; di amare e odiare con la stessa intensità; di unire e separare con la stessa ottusa ignoranza.

Il grande dittatore

Regia: Charlie Chaplin
Genere: Drammatico, satirico
Anno: 1949
Cast: Charlie Chaplin, Paulette Goddard, Jack Oakie

La fraseVoi, il popolo, avete la forza di rendere questa vita libera e bella; di rendere questa vita una magnifica avventura.

TramaIl Grande Dittatore è una geniale parodia del regime nazi-fascista. Sebbene nei titoli di testa venga dichiarata la realtà puramente fittizia della storia e dei personaggi, ognuno di noi è in grado di riconoscere nella storia qualcosa di mostruosamente reale. Un barbiere ebreo, ignaro delle leggi razziali, rifiuta che sul suo locale capeggi la scritta JEW, ebreo. Si ritrova così a capo di una rivoluzione contro il regime, di cui però diventerà il nuovo leader a causa della sua somiglianza col dittatore. Ma, in mano a lui, la situazione prenderà una piega del tutto diversa.

Il perché pelato: Sono certa che molti di voi avranno già visto e amato questo capolavoro del cinema contemporaneo. Se pensiamo solo al fatto che Chaplin ha girato questo lungometraggio nel 1940, quando la Guerra non era ancora neanche finita e il regime nazi-fascista teneva ancora in pugno l’Europa, non possiamo che inchinarci al genio di quest’uomo. La sua comicità, che ha sempre uno scopo palese di denuncia satirica, emerge in tutta la sua grandezza in questa pellicola. Usare i collaudati espedienti dello humor demenziale per dipingere la realtà di un regime quanto opprimente tanto stupido non vuole sminuire la drammaticità degli eventi, bensì metterne in luce la natura più profonda: l’ignoranza. Sì perché nel vortice dei personaggi che si susseguono nelle scene, una cosa è chiara: questi uomini al potere, che schiacciano e distruggono, altro non sono che dei buffoni ignoranti. Mi vengono in mente le parole di Hanna Arendt: «Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso».

Oltre al trailer del film, voglio lasciarvi anche la bellissima canzone di Paolo Nutini, Iron Skies, la quale si ispira proprio ad uno dei temi del film, ovvero la trasformazione in bestie e macchine senza cuore verso cui il progresso spesso ci trascina. Nella canzone vi è anche un vero e proprio estratto del discorso finale del barbiere.

Ray

Regia: Taylor Hackford
Genere: Drammatico, biografico
Anno: 2004
Cast: Jamie Foxx, Kerry Washington, Regina King, Clifton Powell, Harry Lennix

La fraseLei è qui. Non se n’è mai andata.

Trama: Il film narra la vita del grande musicista Ray Charles. Nato nell’indigenza, diventato cieco all’età di sette anni, Ray attraversa mille ostacoli per realizzare il suo grande sogno: suonare. Nonostante la discriminazione per il suo colore di pelle e per la sua disabilità, Ray riesce a diventare il più grande di tutti. Ma come spesso accade, avere tutto non vuol dire essere felici. Specialmente se un passato troppo ingombrante per essere dimenticato riesce ad emergere e a distruggere tutto. Il film ci porta lungo la strada che rende Ray schiavo dell’eroina, risalendo il sofferto percorso di riabilitazione.

Il perché pelato: Ray Charles è stato un grande della musica contemporanea. Ha fatto la storia. Guardando questo film mi sono resa conto di quanti suoi brani conoscevo, senza neanche saperlo. È stato uno di quei musicisti che è così grande, che ti fa da colonna sonora nella vita senza che tu neanche lo scelga. Ma non sapevo la sua storia di dipendenza né la sofferenza che si portava dietro dall’infanzia. Jamie Foxx è stato spettacolare nel dar vita ad un personaggio così complesso, nel rendere onore ad una vita così combattuta. Il montaggio, che alterna alla sua vita degli stralci dal passato, contribuisce all’intensità del racconto che, sebbene molto lungo (152 minuti di film), vale la pena di essere affrontato. L’altra grande protagonista del film è proprio lei, la musica, che si incastra lla perfezione all’elemento drammatico del film. I brani che l’hanno reso famoso in tutto il mondo servono a ripercorrere le tappe principali dell’evoluzione, da pianista denigrato, cieco e negro, a celebre compositore, ammirato in tutto il mondo. Una biografia in musica, imperdibile.

Prossima fermata: Fruitvale Station

Regia: Ryan Coogler
Genere: Drammatico, biografico
Anno: 2013
Cast: Michael B. Jordan, Melonie Diaz, Kevin Durand, Chad Michael Murrey, Octavia Spencer

La fraseIo volevo solo proteggerlo.

Trama: Film indipendente d’esordio per Ryan Coogler, Fruitvale Station racconta la vera storia di Oscar Grant, ingiustamente ammazzato dalla polizia nel Capodanno 2009. Ma il film fa molto di più: narra l’uomo dietro la storia, i suoi tentativi di rimettersi in carreggiata, nello sforzo di vivere una vita normale, con la sua fidanzata e sua figlia, un lavoro onesto e niente più guai. Una delle tante storie di razzismo e violenza, narrata nella semplicità più disarmante.

Il perché pelato: Conclude la carreggiata di film sulla discriminazione questa piccola chicca che ho scoperto casualmente su Netflix in questo paradisiaco mese gratuito. Una chicca come solo un film indipendente e a basso budget sa essere. Perché quando non hai grandi attori da pagare ed effetti speciali da sbaragliare, quel che rimane sono storia e interpretazione. Il racconto è lineare, semplice: una storia di vita, nei suoi ultimi giorni, nell’alternanza di alti e bassi che tutti conosciamo, ma che diamo anche per scontata. Purtroppo questa volta la storia è vera, lo si capisce dalle prime immagini, vere, che ci mostrano l’esecuzione di questo povero ragazzo che non aveva colpe, se non quella di essere nero. Una storia che sta diventando banale e ormai troppo nota, perché accade ancora troppo spesso. Volendo richiamare ulteriormente le parole della Arendt, che chiosano perfettamente questo piccolo excursus cinematografico iniziato nel 1940 e finito ieri, «Certamente il fascismo è stato già sconfitto una volta, ma siamo ben lungi dall’aver sradicato definitivamente questo male supremo del nostro tempo: le sue radici sono infatti profonde e si chiamano antisemitismo, razzismo, imperialismo».

Ringraziamo: Citazioni film e libri

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