Film/Telefilm

Recensione | Suite Francese

Di solito, non guardo film il cui fine è solo una storia d’amore. E’ contro la mia morale cinematografica. Però ero pronta a fare un’eccezione per Suite Francese, perché, sì, insomma, era tratto dal libro incompiuto di Irène Némirovsky e soprattutto perché qualcosa nel trailer aveva catturato la mia attenzione.

Questo era il mio giudizio prima di giungere alla fine del film – giudizio rimasto invariato almeno fino all’ultima mezz’ora –, dopo la quale mi sono detta che probabilmente era un po’ che non vedevo qualcosa di così emotivamente trasportante, e che quasi sicuramente non si parlava d’amore.

Siamo nella Francia occupata dai Nazisti, il generale de Gaulle sta organizzando la resistenza dall’estero mentre nel Paese iniziano a mostrarsi i primi sintomi del governo collaborazionista.
Parigi è in fiamme, la gente scappa. Centinaia di rifugiati trovano riparo nei paesi vicini. La nostra storia si svolge in uno di questi paesi, a Bussy, poco distante da Parigi, dove Lucile Angellier (Michelle Williams) vive con la fredda suocera, Madame Angellier (Kristin Scott Thomas). Tra le due non scorre buon sangue, Lucile viene continuamente ripresa dalla suocera, comandata a bacchetta, ma la ragazza non può permettersi di mancarle di rispetto. Un matrimonio combinato con il figlio della Madame, Gaston, rinchiude Lucile in gabbia nella splendida dimora in cui le due donne vivono. Con l’arrivo dei tedeschi, il giovane ufficiale Bruno von Falk (Matthias Schoenaerts) viene acquartierato in casa loro.
La linea dura della Madame è abbastanza chiara: i tedeschi sono il nemico, con loro non si parla e fraternizza. Ma Lucile, presto non saprà resistere alle dolci e malinconiche parole di Bruno, soprattutto dopo aver udito una strana melodia che l’ufficiale era solito suonare al pianoforte ogni sera.
Tre mesi dura il soggiorno di Bruno a casa Angellier. Tre mesi in cui si susseguono parole non dette, carezze vietate, sguardi rubati; tutto contribuisce a creare una miscela esplosiva capace incollarti allo schermo con il fiato sospeso.
Ma c’è anche la guerra da ricordare, e la resistenza sua nemesi.

Dunque, dicevamo, storia d’amore. Non è una storia d’amore; non sto negando il fatto che l’intero film sia basato sulla relazione tra Lucile e Bruno, sto solo dicendo che d’amore non si parla: tant’è vero che per tutto il film, i due protagonisti, non diranno mai di amarsi, non si confesseranno mai. Ecco, il film si basta tutto sul non detto.

Tra i due c’è una fortissima attrazione, non solo fisica, ma anche a livello intellettuale; c’è qualcosa che fa da spola tra loro due ed è quella benedettissima “Suite Francaise” che Bruno stava scrivendo non per lei.
Forse Bruno si innamora genuinamente di Lucile, forse è l’unico tra loro due che realmente prova questo sentimento.

Lucile è infatuata, rapita, magnetizzata, e forse forse, un po’ d’amore lo prova anche lei; ma quando ciò succede è irrimediabilmente troppo tardi. Il fatto è che lei non poteva innamorarsi di Bruno prima di quel momento fatale, ossia negli ultimi 5 minuti. Lucile è troppo razionale e seppur prova qualcosa, lo subordina sempre alla sua razionalità. E’ questa la cosa che più mi ha colpito.
E’ una di quelle rare volte, che possiamo vedere al cinema una donna che rinnega gli stereotipi del genere. Ama, sì, ma c’è sempre la resistenza da fare. E in guerra, è più importante sapere qual è il tuo nemico che cedere alle passioni sentimentali. Perché, Lucile, alla passione fisica cede. Nonostante ciò, rimane comunque lucida. Tutti e due, hanno dei ruoli che nel teatro della guerra devono rispettare, hanno un preciso copione da seguire e non importa quanto forte sia l’attrazione, devono andare avanti perché non hanno margine d’errore.

E’ tutta una questione di tempistica. Se solo si fossero incontrati prima o dopo la fine della guerra, tutto avrebbe avuto un diverso risvolto. Ma prima della guerra Lucile ha incontrato Gaston e Bruno sua moglie; tutti e due sono stati incatenati ad una vita maritale senza amore, tutti e due si sono ritrovati nella stessa casa, con le stesse passioni a provare un sentimento che forse è amore (infondo, come potrebbero riconoscerlo non avendolo mai provato?), gravati dallo stesso peso della guerra. E se non vogliono essere schiacciati da questo peso, devono fare in modo che le loro strade restino parallele, senza mai incrociarsi.

Una cosa che ho apprezzato (come successe in Generation War), è il volto umano che si è dato ai soldati tedeschi. Come verrà ribadito nel film, alla fine sono solo ragazzi, tuttal più uomini, strappati alle loro vite – come lo stesso bruno che prima della guerra faceva il compositore – allo stesso modo di come sono stati strappati alle loro case gli uomini di Bussy e della Francia intera. Si sta cercando di spezzare il tabù e affrontare la dura realtà: gli ordini andavano eseguiti, pena la vita.
La scena più forte, in cui tutto ciò risalta agli occhi, è il momento in cui Bruno deve eseguire l’ordine di condanna a morte del Visconte. In quel momento sentirete il bisogno di fare una standing ovation a Matthias Schoenaerts, perché, cavolo se la merita!

In generale, il cast è di tutto rispetto. Partendo dalla magistrale Kristin Scott Thomas (che io adoro), nel ruolo della donna algida, rovinata anche lei dalla guerra e dai segreti. Poi Michelle Williams, che ci da riprova della sua bravura; su tutti spicca Matthias Schoenaerts, credo uno dei migliori attori al momento in circolazione. Mozzafiato anche la fotografia, che ricorda un po’ quella di Joe Wright (soprattutto di Atonement); emozionanti le musiche di Alexander Desplat.
Saul Dibb e Matt Charman hanno fatto un ottimo lavoro, specialmente dal momento che hanno operato su un manoscritto incompiuto, che avrebbero potuto stravolgere e rendere qualcosa di assolutamente diverso (magari tramutandolo in un dramma puramente sentimentale, indirizzato ad un certo pubblico).

Vorrei spendere due parole a proposito del lavoro originale di Irène Némirovsky. Per prima cosa, so che è una scrittitrce poco conosciuta, e questo mi ricresce. Di origini ebree, trapiantata in Francia, la Némirovsky inizia a scrivere Suite Francese nel 1942; sa che non potrà vederne la pubblicazione, infatti è deportata ad Aushwitz dove morirà nel 1942 lasciando il suo libro incompleto. Il progetto che si era prefigurata avrebbe condotto ad un opera mastodontica, 5 libri, 1000 pagine, ispirato ad un opera musicale (anche i titoli dei libri seguono la stessa strada). Ma purtroppo, riesce a scrivere solo le prime due parti e ad abbozzare l’inizio della terza parte. Il manoscritto di Suite Francese, ha giaciuto non letto per sessant’anni(!) prima di essere ritrovato in una vecchia valigia nel 1998, dalla figlia di Irène. Pubblicato solo nel 2004, il romanzo incompiuto è stato acclamato come uno dei migliori libri della storia.
Irène Némirovsky non voleva scrivere nesssuna storia d’amore, anzi, lo scopo del libro è molto politico e critico. Si scaglia contro il governo collaborazionista, a favore della resistenza; disprezza la classe dirigente francese che durante la guerra era guidata da un solo sentimento: la paura. La stessa Lucile è l’emblema dei questo pensiero, si innamora di Bruno ma è ben consciuente che non può nascere nulla di buono. Perciò segue il flusso degli eventi. Eventi che la porteranno a Parigi, nella resistanza, lotano da Bruno e da Bussy.

Adesso, se avete presente questo background potrete guardare Suite Francese con un occhio diverso. Non è una storia d’amore, è l’amore al momento sbagliato.

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