Elementary/Telefilm

Recensione | Elementary 2×17 “Ears To You”

Here’s to you, Nicola and Bart
rest forever here in our hearts
the last and final moment is yours
that agony is your triumph

Perdonate l’intro canterino (anche se, in effetti, non mi avete davvero sentito cantare: in quel caso allora sì che avrei dovuto cercar perdono), ma il titolo di questo episodio non ha potuto non farmi venire in mente “Here’s to you”: testo di Joan Watson Baez e musica di Ennio Morricone, questo brano fa parte della colonna sonora del film “Sacco e Vanzetti”, che narra le vicende, appunto, dei Nicola e Bart(olomeo) menzionati nelle lyrics, erroneamente condannati a morte nel 1927 in Massachusetts.

L’analogia, in ogni caso, finisce qui, perché l’episodio è incentrato su ben altro: un caso piuttosto oscuro e intricato di rapimento con tanto di orecchie mozzate inviate per posta (da cui il titolo) e anche orecchie fatte crescere chirurgicamente sulla schiena (sono sicura di averlo già visto fare in qualche in qualche altra serie ma non riesco a ricordare dove, sentitevi liberi di farmelo sapere che tanto da sola non ci arriverei mai).

In ogni caso, com’è tradizione nelle recensioni di questa serie, quello che mi interessa non è la linea gialla aka “il caso della settimana” ma le interazioni tra i personaggi. E tra i personaggi, ancora Lestrade. Si era installato a casa di Sherlock alla fine dello scorso episodio, e tra quello e questo sono trascorsi diciannove giorni. E io che mi ero augurata che tornasse in Inghilterra il più presto possibile. Anche se, devo dire, in questo episodio mi è piaciuto. In effetti, una volta che ha messo da parte tutta l’arroganza, la saccenza e quest’aria da “sono-figo-anche-se-non-per-merito-mio-ma-sono-dettagli” si rivela un personaggio più o meno piacevole. Ok, piacevole per, diciamo, l’80% del tempo. Ad esempio, tutta la parte in cui non ha idea di come rimettere in piedi la sua vita rientra di sicuro in quell’80%, ma una scena in particolare con Watson fa parte per forza di cose del restante 20%. Praticamente: licenziato dal suo vecchio impiego, Lestrade sta ricevendo tantissime offerte di lavoro, tra le quali non riesce a decidere, non tanto perché tutte allettanti, ma per scrupolo di coscienza. Si rende conto, infatti, che le aziende che vogliono assumerlo cercano qualcuno di speciale, speciale come era lui quando si prendeva i meriti di Sherlock (“Si è preso merito dei miei successi a Scotland Yard. Di solito, un uomo è il suo lavoro. Nel suo caso, lui è il mio, e chi non vorrebbe assumermi?”).  E ora che è da solo, pensa di non potercela fare.

– Holmes aveva ragione su di me! Non… riesco a farlo senza di lui. Non sono in grado di fare il detective.

– Eri un detective molto prima di conoscere lui.

– Sì, beh, una volta, quando ne ero… all’altezza, quando ero… competente. Joan, questa gente… non vuole qualcuno all’altezza. Vogliono qualcuno di speciale. Vogliono che io sia come quand’ero con lui!

E fin qui ok, i dubbi che ha sono più che legittimi, e anzi è ammirevole il fatto che se li ponga. Ma poi…

– So che hai avuto i tuoi problemi, ma ci rimugini troppo.

– Per te è facile dire così, no? Perché adesso ci sei tu con lui. Sei tu quella speciale. Ascolta uno che ci è già passato. Goditela finché dura.

Wow, fermi tutti. Fermi tutti. Lestrade, in pratica, sta dicendo a Joan che lei in questo momento si trova nella stessa situazione in cui era lui quando lavorava in collaborazione con Sherlock a Scotland Yard: all’apice. E lascia intendere che, quando Sherlock se ne andrà, lei da sola non avrà alcuna possibilità. Ora, è vero che sappiamo poco dei trascorsi dei due a Londra, ma una cosa è certa: ai tempi di Scotland Yard Sherlock non stava certo insegnando il mestiere a Lestrade. Era una collaborazione lavorativa e basta, del tipo che uno era la mente e l’altro il braccio, punto. Con Joan invece è diverso: Sherlock si premura di tramandare a Joan tutta la sua conoscenza, e confida anche che sarà in grado di riuscire laddove lui ha fallito (il baule dei casi irrisolti, ricordate? #feelings). Non più un braccio e una mente, ma due menti. E Lestrade, tutto preso a piangersi addosso, a cercare di dare un senso alla sua situazione, questo non l’ha capito. Così, è palese che tra Joan e Lestrade ci sia una differenza abissale: senza Sherlock ma con i suoi insegnamenti, Joan da sola vale almeno quattro o cinque Lestrade. Tiè.

Un’altra scena che ho trovato significativa è verso la fine, quando Sherlock si esercita a disinnescare una bomba che esploderebbe sul serio (non come le precedenti che avrebbero verosimilmente solo spruzzato fumo o vernice), e Joan decide di restare nella stanza, sicura che tanto non salterebbe in aria nessuno. Ecco, l’ho trovata significativa (e, come hanno fatto notare su Tumblr, anche “simbolica”) perché Lestrade in più di un’occasione, sia in questo episodio che nel precedente, ha cercato di convincere Joan a venire a lavorare con lui, o quantomeno valutare altre offerte di lavoro che non riguardino Sherlock (convinto che tanto non sarebbe durata per lei come non era durata per lui: cosa già confutata nel paragrafo precedente). Ebbene, Lestrade sarà stato anche un ottimo detective ai suoi tempi (e lo è ancora, in fin dei conti) ma quello che gli manca è l’occhio per i rapporti umani. E questo si ricollega con quanto detto sopra: quella tra Sherlock e Joan è molto più di una mera collaborazione come l’aveva lui, ma è piuttosto un rapporto di stima, ammirazione e fiducia reciproca. Ed era ovvio che Joan decidesse di restare in entrambe le situazioni: a lungo termine, e lì nella stanza mentre Sherlock gioca all’artificiere. C’è una parola che descrive tutto questo, qual è? Ah, sì, #feelings.

 

 

 

Per quanto riguarda invece lo Sherlock di questo episodio, l’ho trovato un po’ meno al centro dell’attenzione del solito, ma non per questo il suo ruolo – soprattutto per quanto riguarda il “recupero” di Lestrade – è stato poco significativo. Anzi, si può dire che sia stato molto significativo, pur non avendo fatto nulla. Secondo lui, in pratica, Lestrade doveva toccare il fondo per poter risalire, ed era intenzionato a lasciarglielo fare (anche se Joan era di opinione contraria), mentre Lestrade si era convinto che Sherlock avesse manipolato dei casi di scippo per fare in modo che potesse tornare in sella e rendersi conto che in fin dei conti è sempre stato un ottimo detective. Sherlock non ha fatto nulla di tutto questo, una serie di coincidenze e un film mentale hanno fatto credere a Lestrade il contrario, e Sherlock è stato al gioco, dicendogli quello credeva fosse meglio per lui, in pratica quel che il suo vecchio collega aveva bisogno di sentirsi dire. “In alcuni casi, ci sono altri modi di aiutare un amico”. Cucciolo di uno Sherlock.

Ora, Lestrade mi ha un po’ monopolizzato la recensione, ma siccome adesso se ne va a Cork per fare il consulente della Polizia Nazionale Irlandese, tanti saluti.

Vi lascio col promo del prossimo episodio, The Hound of the Cancer Cells:

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