American Horror Story/Cattivissimo Me

Cattivissimo Me | #5 – The Blonde Side of Evil

Benvenuti ad un nuovo appuntamento con la rubrica Cattivissimo Me! Con una intro degna del talento di Mara Venier come questa, potrete aspettarvi solo grandi cose! Ed infatti questa settimana cambia leggermente il “format” cui vi abbiamo abituati, perché parleremo non di due, bensì di tre cattivissime della televisione americana. O meglio, questa volta a rubrica diventa una e trina, perché protagonista assoluta sarà la divina, incommensurabile, camaleontica Jessica Lange, nelle vesti dei personaggi da lei interpretati nelle tre stagioni di American Horror Story. Tremate, o gente, tremate davanti alla sua bionda malvagità!

*Attenzione: l’articolo contiene spoilers!* Quindi se non avete visto la serie meglio che non vi avventuriate… non fatemi fare la parte della cattiva!

Constance
American Horror Story I – Murder House

Constance Langdon è forse la “meno cattiva” delle donne interpretate da Jessica Lange. Il che, considerate molte delle frasi che escono dalla sua bocca, nonché il suo passato non certo dei più limpidi, è tutto dire. È la vicina di casa (che definire invadente è dir poco) della famiglia Harmon che si trasferisce nella Murder House. Decisamente la vicina che nessuno si augura di avere: si intrufola in casa senza chiedere il permesso, ti ruba i gioielli, ti porta in dono dei dolcetti avvelenati, e omaggia la donna incinta di un gustoso cervello fresco. Sembra conoscere ogni mistero, ogni violenta macchinazione di quel luogo oscuro e dirigerne ogni cosa, e si comporta come se quella fosse casa sua. E infatti, col tempo scopriamo che in passato era proprio così: la donna vi ha abitato, e anche per lei quelle mura sono state teatro di omicidi e tragedie familiari. Una personalità ambivalente: a lungo rimane un velo di mistero su di lei, sul perché è ossessionata da quel posto, sui rapporti che la legano alla domestica e agli altri personaggi del passato che infestano la casa. Una delle poche persone vive che vi girano attorno, comunque il suo destino rimane ossessivamente legato a quello della Murder House e alla violenza della sua storia, proprio come quello di chi vi è morto. A poco a poco scopriamo infatti che mentre la facciata è quella di una donna gentile, premurosa, elegante e beneducata, persino affettata nei modi, in realtà nasconde un passato crudele: responsabile della morte della domestica e del marito, che ha ucciso a sangue freddo dopo averli colti a tradirla, tiene l’ultimo figlio nato deforme rinchiuso come una bestia perché nessuno lo veda. Ma è con la domestica che abbiamo le migliori uscite da vera bitch.

Sembra disprezzare per il suo essere diversa o non all’altezza della bellezza del fratello (come darle torto!) la figlia Addie, nata con la sindrome di Down, e la tiene quasi segregata per questo, permettendole soltanto di vivere in simbiosi con lei. Ma poi è proprio nei suoi confronti che ha i gesti di più intenso affetto: in realtà adora i suoi figli come fossero divinità, ma sempre in quel modo malato e iperprotettivo, quasi carcerandoli, come se non sapesse amare in altro modo.

È anche una donna molto forte, e forse la sua natura malvagia è una reazione, una corazza contro il dolore e le atrocità che ha passato: “I have grieved enough for two lifetimes. Most people would be broken by the deaths of their children, but my nature would not permit such weakness”. È un personaggio che non sai mai quello che pensa o cosa nasconde, e per questo ci affascina e quasi la capiamo nei suoi gesti manovratori e ambigui: in mezzo a tanti matti, sembrerebbe la più sana di mente! Elegante e doppiogiochista – il marchio delle donne interpretate dalla Lange – è forse la più “umana” delle tante: solo un assaggio della cattiveria che vedremo nelle stagioni successive! Anche se… ce lo vogliamo ricordare come finisce questa stagione? Lei torna a casa e trova il figlio rubato adottato dagli Harmon che ha ucciso la tata in un bagno di sangue, e lei, sospirando, con un sorriso dice semplicemente: “Now whatever am I going to do with you?”. Davanti ad una tale svezzatrice di Anticristi (anche con l’altro figlio aveva fatto un lavoro niente male), non si può fare altro che inchinarsi ai suoi piedi, lasciare tutto e seguirla con devozione!

Sister Jude
American Horror Story II – Asylum

Sister Jude, assieme a Lana Banana Winters, è a mio parere la protagonista assoluta della seconda stagione. Non solo e non tanto per il rilievo che le viene dato nella storyline e nella definizione del personaggio, ma anche per come si staglia e sovrasta su tutti gli altri personaggi per forza di carattere e carisma. È per me il personaggio più inquietante fra quelli interpretati dalla Lange, non solo perché la sua malvagità è gratuita e poco comprensibile, ma anche perché le sue ragioni sono molto lontane dal nostro mondo, o meglio, appartengono ad un mondo che noi ora facilmente deprechiamo. Mentre in Constance la cattiveria proviene forse da una reazione quasi involontaria e folle alle sofferenze, e in Fiona sarà l’ambizione e l’orgoglio, qui deriva fondamentalmente da una mentalità fascista e retrograda. Crede che la malattia mentale sia l’estrinsecazione del peccato (“mental illness is just the fashionable explanation for sin”), dunque i malati rinchiusi a Briarcliff sarebbero dei peccatori che meritano di essere puniti e rieducati, ed è convinta che i metodi più duri della violenza e dell’umiliazione siano anche i più efficaci contro degli esseri sub-umani come quelli. Anche in lei però c’è ambizione: una donna in mezzo ad un mondo di uomini, non si fa mettere i piedi in testa dai suoi nemici, ed anzi, vuole dimostrare che con il suo pugno di ferro è perfettamente in grado di mandare avanti da sola un istituto modello.

Insomma, la classica incarnazione della donna con gli attributi. Ma col velo. Anche se, prima della conversione al velo, anche lei ha fatto i suoi peccatucci: era una cantante di un nightclub con una certa propensione all’alcolismo e alla wild life. Un passato che fa capolino nei suoi cassetti di lingerie rossa e nelle sue fantasie nei confronti di quel tontolomeo del Monsignore, con il quale sogna di trasferirsi a Roma e diventare insieme papa e papessa. So sweet. Comunque, una grande cattiva, ma anche una grande donna, visto che ben pochi sopravviverebbero con la stessa classe dopo aver trattato con una suorina posseduta dal Demonio, un medico neonazista – “Dove hai messo i miei pazienti?” “Ma non è colpa mia, li hanno presi gli alieni!” -, uno psicopatico pluriomicida con la passione per il fai-da-te con materiale riciclato (e per materiale riciclato intendo muscoli umani), la petulanza di Lana Banana, e soprattutto quella maledetta Dominique al grammofono tutti. I santi. Giorni.

E’ forse però anche il personaggio più realistico fra i tre, visto che la sua cattiveria non è infinita ma alla fine si riscatta, quando anche lei passa da carnefice a vittima e viene rinchiusa come paziente a Briarcliff. Da quel momento inizia a vedere come stanno realmente le cose, da che parte sta realmente il male, ma allo stesso tempo comincia a sbarellare (ho un debole per i termini scientifici) per via di elettroshock e pillole di vario tipo. La sua vita diventa un’allucinazione, ma fortunatamente Kit riesce a darle una bella fine, portandola in casa con sé in compagnia di una versione hippie della famiglia allargata (alieni compresi). Sister Jude passerà però alla storia per la sua indimenticabile esibizione in “The Name Game Song”. Fra il WTF e il “che figata” (non ho trovato un modo più raffinato per esprimere lo stesso, semplice, concetto!), ci siamo per un attimo dimenticati che stessimo guardando un horror seriale e che lei fosse una suora cattiva, e abbiamo semplicemente assistito ad un capolavoro.

Fiona
American Horror Story III – Coven

L’incarnazione della bitchness. La massima espressione della malvagità, ma per sempre con classe. La regina assoluta delle streghe della Confraternita. Pardon, la Suprema. La più amata, a ragione, e la più odiata, altrettanto a ragione. È la più ambiziosa delle streghe, e la sua inclinazione naturale al dominio e alle macchinazioni, fin dalla prima adolescenza, l’ha fatta spiccare fra tutte. Il suo carisma, e soprattutto la sua mancanza di scrupoli, l’hanno condotta a diventare Suprema. Non si ferma davanti a niente: ha assassinato la sua stessa mentore pur di prenderne il posto, è determinata ad uccidere chiunque si riveli come prossima Suprema pur di conservarne il potere, fa bruciare streghe al rogo come fossero polli allo spiedo, manda messaggi minatori mozzando teste e spedendole con pacchi posta prioritaria. Mostra un lato di umanità e dolcezza soltanto con Axeman, pluriomicida con l’accetta – e già la cosa è tutto dire – che diventa il suo amante. Come si dice, Dio li fa e poi l’accoppia. Fino a rivelarsi un’approfittatrice persino con lui, visto che non si fa scrupoli a scaricarlo come “il più piacevole dei passatempi”, che le è servito soltanto per distrarsi dalla malattia che l’aveva colpita, per sentirsi di appartenere a qualcuno, almeno per una volta. È nei confronti della figlia che scopre invece il suo lato più conflittuale: con il suo fare sprezzante, non fa che criticarne la mancanza di polso e la incapacità a dirigere la congrega. Si rammarica di non essere stata una buona madre, una madre più presente e capace di educare e valorizzare la figlia nel modo giusto, e lo realizza soprattutto quando quest’ultima sembrava stesse per perdere la vita dopo l’attacco con l’acido. Ma non appena la figlia è fuori pericolo, ritorna ad insultarla e a trattarla come una pezza da piedi (solo io ho notato un tantinello di schizofrenia?), nonché ad offrirla sostanzialmente come merce di scambio per ottenere l’immortalità.

Forse è questo il suo lato più oscuro: non l’ambizione, non la sua brama di essere immortale e al di sopra di tutti, non la sua mancanza di scrupoli, non le sue mani macchiate del sangue vari omicidi, ma la sua critica distruttiva, la sua totale assenza di considerazione nei confronti della figlia, che non ha saputo amare e valorizzare né come figlia, né come strega da educare e guidare. Non a caso, lei non ha l’anima. Proprio tecnicamente. Papa Legba sa quel che dice.

Uno sprazzo di debolezza si rivela soltanto con la malattia, che, un po’ come diceva Totò della morte, è come una livella: mette tutti sullo stesso piano. Infatti quella stessa donna che era ossessionata dall’immortalità, e dal mantenere la sua bellezza intatta dai segni del tempo, con la caduta dei capelli e il dolore inizia a mostrare i suoi lati più umani: legandosi appunto ad Axeman (vabè, il lupo perde il pelo ma non il vizio, mica poteva andare con Gandhi) e dando segni di redenzione nei confronti della figlia. Poi, dopo un tentato suicidio scampato da un morto (sì, son cose che capitano quotidianamente in AHS), si mette la parrucca ed è tutto dimenticato: cattiva come prima. Ma lei ci piace tanto così, con il suo umorismo sprezzante, il suo carattere forte, la sua eleganza e vanità: è sempre anni luce avanti a tutte, insomma vince. Non puoi fare a meno di pensare: quant’è fica. Per quanto mi riguarda, non esiste cattiva migliore di lei! (E tu, prossima Suprema – chiunque tu sia – non sarai comunque degna di lustrarle neppure la suola delle scarpe!)

Vi è piaciuto questo speciale appuntamento con la rubrica più cattiva che ci sia? Fateci sapere se anche voi amate gli ambivalenti e oscuri personaggi di Jessica Lange! Vi aspettiamo venerdì prossimo con un altro malvagio articolo di Cattivissimo me!

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