Elementary/Telefilm

Recensione | Elementary 2×13 “All In The Family”

Questa recensione arriva in ritardo rispetto ai miei standard, ma oltre ad essere sommersa dallo studio, avevo anche i parametri vitali di uno zombie di The Walking Dead (tanto da ritenere che la situazione sarebbe notevolmente migliorata se mi avessero sparato in testa). Ma poiché le due cose – studio e salute – sono strettamente collegate,  fatemi un favore: né in questa vita, né nella prossima, vi iscriverete all’università. Lo dico per il vostro bene. In ogni caso, sapevo che la programmazione avrebbe saltato due settimane (ritornerà il 30 gennaio), quindi se se la possono prendere comoda loro, me la prendo comoda anche io. Non troppo.

Dunque.

Per me, il bello di Elementary (oltre al fatto che è Elementary) è che la trama verticale di ogni singolo episodio non è mai il centro di tutto. In ogni episodio, infatti, gli sceneggiatori  aggiungono quel tanto di orizzontalità da creare un unico continuum telefilmico. Io seguo diversi altri polizieschi oltre a questo – Bones, Castle, The Mentalist – e li adoro tutti e non riuscirei a vivere senza ma là, per diversi archi narrativi, la trama orizzontale è sempre assente. The Mentalist, tipo: tot episodi verticali, uno su Red John, altri tot episodi verticali, un altro su Red John e via dicendo. Non così Elementary, invece, il che è uno dei suoi tanti punti di forza.

All In The Family, che partiva come un normale episodio verticale dopo il ritorno in grande spolvero della da me mai troppo idolatrata Moriarty, è esattamente questo: tutto, infatti, è stato un pretesto per approfondire la storia di Bell e del suo deteriorato rapporto con Sherlock (è stata colpa sua, infatti, se il detective si è beccato una pallottola e perso di conseguenza parte della funzionalità della mano).

E’ stato un episodio che mi è piaciuto particolarmente (e non è una novità), sia brillante che intenso allo stesso tempo.

Ho già detto che l’episodio è stato ampiamente dedicato a Marcus Bell. Ricorderete che dopo il suo fall out con Sherlock (che pure si era scusato), il detective aveva lasciato il dipartimento per trasferirsi all’Unità Demografica in veste, più che altro, di analizzatore dati (poiché le sue condizioni fisiche non gli consentono più di stare sul campo). Per lui sembra tutto procedere per il meglio, sembra addirittura soddisfatto del suo nuovo impiego, fino a quando un caso in cui si trova ad indagare lo porta a collaborare con il suo vecchio team. E quindi con Sherlock. E i due, infatti, si scontrano. Bell non vuole più avere niente a che fare con Sherlock, il quale invece pensa bene di offrire il suo lavoro di consulente anche all’Unità Demografica. Diciamo che Bell preferirebbe farsi sparare di nuovo, piuttosto che avere di nuovo Sherlock tra i piedi.

Solo che Sherlock non fa mai nulla per caso. È vero, aveva detto di voler collaborare anche per l’Unità Demografica perché gli avrebbe offerto un ulteriore punto di vista sulla città, ma la cosa lascia perplessa Joan, e con lei gli spettatori. Il vero motivo, infatti, era un altro, cioè quello di ottenere finalmente una reazione dal poliziotto. Fargli capire che il suo posto non è alla Demografica, ma al vecchio distretto. Nel corso delle forzose frequentazioni tra Sherlock e Bell, essendo ormai costretti a collaborare (dato che l’indagine si è addirittura incentrata sul nuovo capo di Bell, sospettato di essere colluso con la mafia), gli altarini si scoprono, in quella che è stata una scena a mio avviso davvero, davvero bella (e magistralmente recitata).

 
 
 
 
 

In questa scena, ho amato Sherlock. Ha smesso di fare giochetti e di usare sotterfugi, e ha parlato a Bell in modo aperto e sincero. E l’unica persona con cui lo fa è solo Joan #feelings. E dice chiaro e tondo a Bell – convinto di non poter più tornare ad essere il poliziotto che era – che crede in lui. Che crede nella sua perseveranza. E facendo questo, riesce persino a mostrarsi vulnerabile. Quando Bell infatti gli dice che, dal suo punto di vista, sembra che a Sherlock venga tutto facile, Sherlock ribatte che è un tossicodipendente. Che le cose non sono facili nemmeno per lui, ma grazie all’aiuto ricevuto è stato in grado di rimettersi in piedi. Ed è questo che offre a Bell: il suo sostegno (che stia facendo le prove come sponsor?).

E si tratta di una scena importante anche per un altro motivo: se ricordate, nell’episodio precedente Sherlock aveva affermato che, da quando ha ripreso in mano la sua vita, sta intrattenendo delle relazioni importanti. Una di queste è ovviamente la partnership instaurata con Joan (#altrifeelings), ed è ovvio che le altre sono quelle al distretto: Gregson da una parte, e Bell dall’altra. E dicendo a quest’ultimo che ha fiducia in lui, gli fa anche capire che, nei suoi confronti, nutre anche una immensa stima. Altrimenti, non si sarebbe impegnato così tanto a sistemare le cose. Né avrebbe scritto a Moriarty che si pente di molte cose che ha fatto. E difficilmente lo Sherlock pre-Joan sarebbe mai riuscito a realizzare e ad ammettere una sì umana debolezza. Ma Sherlock, episodio dopo episodio, è cresciuto e maturato. Pur restando lo stesso Sherlock. Se infatti, da un lato, non ha aspettato che fosse Joan, con la sua solita saggezza e diplomazia, a chiarire (o ad aiutarlo a chiarire) le cose tra i due, ma ha agito tutto da solo, dall’altro lato l’ha fatto nei suoi soliti modi bruschi e diretti.

E quando l’indagine si conclude positivamente (a quanto l’Unità Demografica era davvero gestita da un poliziotto corrotto), e Bell ritorna al suo lavoro di detective, mi è piaciuta un sacco la scena finale: Sherlock esce dal distretto e non si ferma a salutare Marcus dandogli il bentornato. Si limita ad un gesto del capo, come a dire che è del tutto normale che lo veda lì. In fondo, è quello il suo posto. E secondo me Bell l’ha apprezzato. Non ha bisogno di ulteriore attenzione su di sé, è ritornato al suo lavoro senza che ciò venga annunciato con le fanfare. Alla fine, si tratta solo di portare a buon fine la riabilitazione.

Inutile poi parlare di quanto Joan sia, fuck yeah, figa. Non è solo la spalla di Sherlock, ma una che sa veramente il fatto suo. Se c’è una cosa per cui davvero bisogna levarsi il cappello di fronte agli sceneggiatori di Elementary, è la loro capacità di aver delineato un personaggio femminile così interessante e importante e perfettamente alla pari con la sua controparte maschile (cosa che non si vede tutti i giorni). La qual cosa ci porta diretti all’unica pecca dell’episodio: l’assenza di Moriarty. Potere ai cattivi! No, più seriamente, mi sarebbe piaciuto avere un arco costituito almeno da un paio di episodi riguardante la nemesi sherlockiana per eccellenza, piuttosto che subito un episodio che non faccia affatto riferimento al precedente, e cioè al fatto che Moriarty ancora incide pesantemente sulla vita di Sherlock. Ma ehi, si è trattato comunque di un’ottima puntata e la cosa mi va benissimo.

P.S. posso dire una cosa? Posso? Posso dire che ho amato sentire Jonny Lee Miller parlottare in italiano, nonostante si trattasse di parole nefaste come “Cosa nostra”?

Vi lascerei con il promo di Dead Clade Walking, che come vi ho anticipato andrà in onda il 30 gennaio, ma non l’ho trovato, quindi ciccia.

Ringraziamo: Tv, Cinema, Musica & Libri | Diario di una fangirl. | TelefilmSeries.Com | Telefilm. ϟ | Serie Tv, che passione ღ | Beyond the Good and the Evil | Elementary Italia  | Gli attori britannici hanno rovinato la mia vita | Elementary Italia Serie Tv | Serie Tv e film time | I telefilm polizieschi, la mia vita

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...